Quattro anni fa una serie di terremoti hanno devastato l’Italia centrale. 299 persone sono morte, interi paesi sono stati distrutti. Perché la ricostruzione dura così tanto. Una ricognizione.

di Andrea Affaticati, 24  agosto 2020

Maria Teresa Bettella è seduta sulla veranda della sua nuova casa estiva a Bagnolo. Sulla tavola apparecchiata ci sono lasagne, salame e olive ripiene. Lo sguardo spazia lungo il paesaggio montuoso dell’Appennino. Bagnolo si trova un paio d’ore di macchina a nordovest di Roma ed è una frazione di Amatrice, la quale è nota anche oltre i confini nazionali grazie alla pasta all’amatriciana. La signora Bettella è originaria di Padova, ma ama così tanto questo luogo –  suo marito era di qui – che è sempre tornata, anche dopo il terribile terremoto di quattro anni fa. I primi due anni veniva ospitata da amici alloggiati nei container.

 

Era la notte del 24 agosto 2016, quando alle 3:36 Maria Teresa Bettella viene strappata dal sonno. Tutto attorno a lei balla. Lei salta fuori dal letto, si affaccia alla finestra e vede i vicini correre fuori dalle case. “Presto, esci” le gridano. Un momento dopo anche lei è in piazza, ma torna indietro per prendere il cellulare. “Ho potuto giusto dire ai miei figli a Padova che ci saremmo messi al sicuro vicino alla torre dell’acqua”, poi era saltata la comunicazione. Suo figlio Marco Santori prosegue il racconto: “Mio fratello e io arrivammo verso le 9 del mattino a Bagnolo e la prima cosa che facemmo era guardare verso la torre dell’acqua. Per fortuna era ancora in piedi, voleva dire che mamma stava bene”.

Tra la fine di agosto 2016 e gennaio 2017 furono ripetute scosse a sconvolgere le aree di confine delle regioni Umbria, Marche e Lazio. Morirono 299 persone, migliaia persero la casa, alcuni paesi furono completamente distrutti. Pescara del Tronto per esempio era letteralmente collassata. Le stradine del paese distrutte, delle case di pietra alcune risalenti al medio evo non si riconosce quasi nulla. Ovunque pareti implose, tetti scivolati a terra. Alla parete di un bagno pende ancora uno specchio con davanti una lampadina, un appendiabiti spunta tra le macerie.

 

Fino a oggi zona rosa

La vecchia Amatrice è a tutt’oggi zona rossa e viene sorvegliata dai militari. Il vecchio corso può essere attraversato solo in macchina. A sinistra e a destra della strada rovine. Quello che un tempo era un vivace luogo di villeggiatura è diventato un paese fantasma. “Uno dei più grandi problemi qui è lo spopolamento”, lamenta Antonio Fontanella sindaco di Amatrice dal 2019. “Già ma come convincere la gente a rimanere o tornare se non si muove nulla?” La burocrazia rallenta tutto. Si può attendere anche un anno e mezzo prima che venga autorizzata una richiesta di ristrutturazione o di ricostruzione. E così nelle 69 frazioni di Amatrice, sparse su un territorio di 174 km2 si vive ancora nei moduli abitativi provvisori. Certo arredati anche con il necessario comfort, dotati anche di piccole terrazze, ma restano pur sempre una soluzione d’emergenza. E questo pone la domanda: ma per quanto tempo deve durare questo stato di emergenza?

Un paio di mesi fa è stato nominato Giovanni Legnini commissario per la ricostruzione e con lui le procedure dovrebbero velocizzarsi. Legnini è originario dell’Abruzzo un altro territorio interessato dai terremoti. In futuro, spiega il portavoce di Legnini, le richieste dovrebbero essere vagliate nel giro di 30 giorni. Inizio settembre sempre ad Amatrice dovrebbe iniziare finalmente anche la costruzione del nuovo ospedale, un progetto sostenuto dalla Germania con 6 milioni di euro.

 

Giovanni Legnini deve dare ora risposte. Sugli striscioni nel centro storico di Norcia c’è scritto in rosso e in maiuscolo: “Ricostruzione, chi l’ha vista?”. Della basilica gotica su Piazza San Benedetto è rimasta in piedi solo la facciata tenuta insieme da una struttura di tubi di metallo. Al centro della piazza c’è la statua di San Benedetto. Ha il braccio sollevato e sembra che indichi la basilica ancora in macerie. Roberto Canali un robusto signore di 45 anni circa si ricorda bene l’impatto visivo che ebbe della basilica il 30 ottobre del 2016. “Vedendola rimasi stupito. Mi sembrava incredibilmente luminosa, soprattutto il rosone, e ci volle un momento prima di rendermi conto che era così luminosa perché era rimasta in piedi solo la facciata”. Il signor Canali è arrivato con il suo asino Totò, da 20 anni accompagna insieme ai suoi animali gli escursionisti attraverso il bellissimo paesaggio del parco nazionale dei Monti Sibillini.

 

Ma com’è possibile che in un paese come l’Italia ad alto rischio sismico ci vogliano sempre molti anni per la ricostruzione? Augusto Ciuffetti, professore all’Università Politecnica delle Marche ad Ancona risponde così: “Fino a oggi non c’è un impianto legislativo per la ricostruzione. Ogni volta ne viene elaborato uno nuovo”. Ma c’è anche un altro motivo. E cioè l’economia non proprio florida di queste zone. Nel medio evo era tutt’altra cosa. La rete di mulattiere che attraversava questo territorio di montagne e colline era allora una delle rotte commerciali più importanti della penisola. E questo voleva dire che i commercianti dopo un terremoto erano i primi disposti ad investire nella ricostruzione. “Nel medio evo c’era la Strada degli Abruzzi che dall’Aquila portava in Toscana” spiega Ciuffetti. E’ dunque una questione di importanza economica, e questo spiega per esempio perché a due anni dal crollo del ponte a Genova nel 2018, qualche settimana fa c’è già stata l’inaugurazione di quello nuovo. Questo ponte riveste un’importanza strategica per il porto e ed è anche un’importante collegamento stradale per il traffico privato

 

Una piccola storia di successo

Tutt’altra situazione quella nelle terre terremotata. “Se siamo onesti, qui l’economia era a terra già prima del terremoto”, dice Marco Santoni, il figlio di Maria Teresa Bettella. Santori sa di che cosa parla essendo il presidente della Etimos Foundation che concede a piccoli imprenditori microcrediti. Dopo il terremoto del 2016 aveva ragionato insieme a un gruppo di amici come andare avanti economicamente a Bagnolo e d’intorni. Santori propose di costituire un’associazione che puntasse sulla produzione locale. “I campi qui non venivano coltivati da decenni” racconta. Un gruppo di agricoltori lo seguì. Nel frattempo è nato il marchio Amatrice terra viva che produce anche pasta.

Ma nonostante il successo di iniziative come Amatrice terra viva, questo non induce i giovani a tornare. L’emigrazione è da tempo un problema, per quanto ci siano anche eccezioni: Le tre sorelle Antonucci, Julia 32 anni, Azzurra 27 e Fiamma 25 sono una di queste. Tutte e tre sono cresciute a Roma hanno studiato da perito agrario e nell’estate del 2016, poche settimane prima del terremoto, avevano comperato un appezzamento per coltivare zafferano e erbe officinali che crescono particolarmente bene all’altitudine di 1.100 metri. “Il terremoto non ci ha indotto a desistere dal nostro progetto” dice Julia, “ci ha rese ancora più determinate a opporci  fattivamente al fato”. Nel frattempo vendono i loro prodotti anche a Roma. E adesso le tre sorelle vogliono convincere altri giovani agricoltori a unirsi a loro. “Perché insieme saremmo più forti” dice Julia. Una frase valida sia per le coltivazioni che per la ricostruzione.

 

Fonte: https://www.n-tv.de/panorama/Spaziergang-durch-veraenderte-Landschaften-article21986342.html?fbclid=IwAR3mD254nsUjKm3ORzpk70f3VELjdJ1gH80MyCmF2Wz99AAHBRTf60tJVvc (traduzione Andrea Affaticati)